Il Corriere della Sera: L’inutile tiro al bersaglio su Prandelli

Postuar në 05 Qershor, 2014 03:23

A Cesare Prandelli sta accadendo quel che accade in Italia alle persone perbene, che non alzano la voce, non insultano, rispettano il prossimo. La loro correttezza viene scambiata per accondiscendenza. E alla prima difficoltà viene ritorta contro di loro. Il processo che si è aperto anzitempo contro il ct, più che ingeneroso, è grottesco. Quando mai si è visto un allenatore della Nazionale costretto a giustificarsi per non aver convocato un calciatore?

Quattro anni fa, Lippi lasciò a casa Rossi, Cassano, Totti e Balotelli, portando Iaquinta e Quagliarella, senza che nessuno o quasi fiatasse. Bearzot ignorò per due Mondiali di fila il capocannoniere Pruzzo, sgradito al blocco juventino, e a malapena si lamentarono i reporter romanisti. Oggi Prandelli viene messo sotto accusa da tutti per aver rinunciato a un attaccante reduce da un doppio grave infortunio, e a un altro che dopo una felice stagione nel Siena ha vissuto (non solo per colpa sua) due anni da comprimario nella Roma. Al di là della questione tecnica, su cui possono essere formulate sessanta milioni di idee, c’è una questione di fondo che non riguarda solo il calcio.

 

 

 

Prandelli ha preso in mano una Nazionale umiliata in Sudafrica e fischiata in qualsiasi stadio si presentasse. L’ha avvicinata all’Italia profonda, portandola sui campi di provincia, sulle terre sequestrate alla mafia, nelle città provate dal terremoto. Non ha allevato una generazione di fenomeni, che non poteva certo inventare. Ma ha riconciliato il Paese con la sua squadra di calcio, che da sempre non ha una tifoseria propria (a differenza ad esempio dell’Inghilterra) e viene sacrificata alle passioni e agli interessi dei grandi club.

Non solo. In un calcio che spesso premia la furbizia e l’italica arte di arrangiarsi, quando non la tracotanza e la violenza, Prandelli ha ripristinato le regole e la responsabilità. Non a caso, nel mondo dei Moggi e delle curve ultrà il suo «codice etico» è stato irriso e osteggiato. Eppure l’operazione è riuscita, perché i valori che Prandelli ha appreso sono quelli degli ambienti in cui è cresciuto: la Brescia dell’infanzia, l’Atalanta che da Scirea a Donadoni ha formato atleti di classe e di serietà, e poi la Juventus di Boniperti, di Trapattoni e dell’Avvocato: una squadra di cui anche gli avversari non potevano non riconoscere che fosse la più forte e soprattutto la più strutturata d’Italia. Certo, non sono più i tempi in cui il povero Lodetti veniva cacciato dal ritiro in Messico, e non osava fiatare. Oggi i calciatori hanno il manager e twitter. Magari Prandelli ha davvero sbagliato a non portare a Rio Giuseppe Rossi, anche se la sua autodifesa — «io arrivo prima degli avversari con il pensiero» — è parsa debole (sapesse Rossi quanti gol meravigliosi e quante azioni eroiche abbiamo compiuto tutti noi con il pensiero). Forse meritava un posto in Brasile pure Mattia Destro (anche se non esiste che un ragazzo di 23 anni alla proposta di fare un Mondiale da riserva, come accadde a Gigi Riva nel ‘66, risponda «ci devo pensare). Parlare male dell’allenatore degli azzurri è quasi un diritto naturale: ad esempio ci si può chiedere se sia opportuno che il ct della Nazionale faccia pubblicità, o che appaia in foto patinate con la fidanzata sulle copertine dei settimanali glamour. Ma che Prandelli abbia spessore tecnico e sostanza etica, questo è difficile da negare. Gli scaramantici ricordano che quando tutto va bene i Mondiali riescono malissimo, e quando si parte tra le polemiche si finisce alla grande. Ma questa non è una ragione valida per cominciare il tiro al bersaglio contro un italiano perbene.

 Aldo Cazzullo

 

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